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Case, verde e welfare: dal bando periferie arrivano 3,8 miliardi

  • Case, verde e welfare: dal bando periferie arrivano 3,8 miliardi

    Case, verde e welfare: dal bando periferie arrivano 3,8 miliardi

    Valgono 3,8 miliardi i progetti di recupero e riqualificazione urbana messi in moto dal bando periferie avviato due anni fa. Il progetto è quello lanciato dal governo Renzi per tradurre in pratica l’invito al “rammendo urbano”, è completato dall’Esecutivo Gentiloni con la firma delle ultime delibere Cipe. I progetti, che riguardano in tutto 445 Comuni nelle 13 Città metropolitane, sono tutti finanziati: lunedì prossimo a Palazzo Chigi si firmeranno le ultime 96 convenzioni, che completano il quadro delle procedure necessarie a passare ai fatti. Il 31% dei progetti punta ad arrivare al traguardo entro due anni, il 44% viaggia su un cronoprogramma di tre anni e quindi solo un piano su quattro prevede tempi più lunghi.  Il quadro delle regole è nazionale, ma è toccato ai territori deciderne la declinazione pratica, in un ventaglio di obiettivi che vanno dalla riqualificazione degli edifici scolastici alle bonifiche di aree e immobili dismessi, dal miglioramento del trasporto locale agli interventi sul welfare o su musei, biblioteche e strutture culturali in genere.

    A Bari, per fare un esempio, 41 milioni arrivati dal bando e accompagnati da 60 milioni di finanziamenti aggiuntivi pubblici e privati hanno acceso decine di interventi, che nel capoluogo e nei Comuni della provincia hanno l’obiettivo di riqualificare 11 piazze, aprire 17 parchi polifunzionali, 11 aree sportive, rafforzare illuminazione e sicurezza in 17 centri e così via. A Milano i fondi vanno al recupero degli scali ferroviari ma anche alla creazione di una nuova rete integrata di servizi sociali, a Firenze l’attenzione punta sulle scuole mentre a Napoli passa dal bando la riqualificazione dell’area di Scampia con l’abbattimento delle vele ora in programma per il prossimo anno.

    Non solo infrastrutture, insomma e non solo «periferie» in senso geografico, perché gli interventi possono guardare anche ai centri storici quando è lì la situazione di disagio economico e sociale. E i numeri provano a invertire la rotta in una dinamica degli investimenti locali che dopo gli anni della gelata prodotta dalla crisi e dai vincoli di finanza pubblica non sono finora riusciti a risalire la china.

    Da questo punto di vista, l’aspetto più importante messo in luce dal censimento è l’effetto leva prodotto dal programma nazionale sulle periferie. Il finanziamento statale pluriennale, realizzato in due tranche sulla spinta dell’ondatà di progetti arrivata dalle città, vale 2,1 miliardi (di cui 800 milioni finanziati dal fondo coesione 2014-2020). Ma in molti casi ha attivato cofinanziamenti aggiuntivi da parte dei Comuni e spinta dai privati fino a portare il conto a quota 3,8 miliardi.

    Solo il 23% dei progetti presentati è definitivo o esecutivo, mentre il resto è alla fase preliminare o dello studio di fattibilità. La richiesta delle amministrazioni locali di ammettere al programma anche questi ultimi è stata forte, e in effetti il quadro è destinato a evolversi a breve: dalla registrazione della convenzione in Corte dei conti le regole danno infatti 60 giorni di tempo per passare al progetto definitivo o esecutivo. Dopo la firma che lunedì darà il via all’ampia maggioranza dei progetti (le 96 convenzioni completano il quadro aggiungendosi alle 24 già avviate) tutta la macchina dovrà passare all’azione, in una scansione che sarà sottoposta a controlli semestrali sul rispetto degli stati di attuazione. Ma soprattutto i numeri spingono i sindaci dell’Anci a chiedere a gran voce la replica di un meccanismo che sembra in grado di rivitalizzare il quadro sofferente degli investimenti locali. Sulla stessa linea ovviamente c’è Palazzo Chigi, che con il segretario generale Paolo Aquilanti annuncia l’avvio operativo delle procedure per distribuire fra 135 Comuni i 213 milioni del progetto «aree degradate». E, per una volta, non c’è un problema di finanza pubblica, perché a nuovi interventi sui territori potrebbe essere destinata una quota del piano pluriennale di investimenti avviato con la legge di bilancio dell’anno scorso.

     

    Dott. Stefano Foglia